Perché Morrissey?

 

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Illustration by Hadeseth [Deviantart]
Se non avessi scelto una citazione di Boy George come titolo per il romanzo, probabilmente ne avrei scelta una da un brano degli Smiths. Il fatto è che, mentre tutti i giovani scrittori italiani sono cresciuti leggendo Salinger o Raymond Carver, io mi sono fatto una cultura sui testi di Morrissey. A ognuno i propri maestri.

Non ricordo nessuna lettura paragonabile per folgorazione alla prima volta che ho letto le liriche di un album degli Smiths: tutte queste allusioni a un’adolescenza tormentata, agli istinti di un corpo che non si possono ignorare, ai baci furtivi scambiati sotto un ponte di ferro, ai principi azzurri che fanno salire in macchina i ragazzini per trasformarli in uomini… Erano riferimenti talmente sconvolgenti che mi ero persino convinto di aver tradotto male, che non era possibile che un cantante scrivesse cose così. Invece era possibile, eccome.

Me ne resi conto in seguito, acquistando diligentemente ogni singolo, ogni album, ogni raccolta che gli Smiths facevano uscire, bevendone il contenuto come responsi di una privata ma tutt’altro che enigmatica sibilla. Io non dovevo neanche chiedere, nelle sue canzoni Morrissey mi dava già tutte le risposte. “Nature is a language, can’t you read?”. No, io non sapevo ancora leggere il linguaggio della natura e dei suoi istinti, e lui ne era così diventato il mio personale traduttore.

[Da Generations Of Love, di Matteo B. Bianchi]