Benvenuti.

THE SMITHS?
E’ il nome più ordinario dell’universo, senza tempo. L’abbiamo scelto quando molti musicisti si nascondevano dietro nomi complicati. Quando poi ti capita di incontrare questa gente, ti rendi conto che sono così banali. Alcuni di loro non hanno mai letto un libro.

MORRISSEY?
Non mi aspettavo molto dalla mia carriera solista. Ci sono un sacco di cantanti che ci provano e non funziona mai. Mick Jagger non ha venduto bene nemmeno un disco solistico per salvarsi la vita, perché doveva capitare a me? Penso che un sacco di gente sia stata molto, molto sorpresa dal fatto che io abbia continuato a vendere dischi. L’opinione comune era che, una volta che Johnny Marr avesse staccato il cordone ombelicale, mi sarei svuotato come una sacca.

[MORRISSEY DIXIT, da An Extraordinary Ordinariness]

Perché Morrissey?

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Illustration by Hadeseth [Deviantart]
Se non avessi scelto una citazione di Boy George come titolo per il romanzo, probabilmente ne avrei scelta una da un brano degli Smiths. Il fatto è che, mentre tutti i giovani scrittori italiani sono cresciuti leggendo Salinger o Raymond Carver, io mi sono fatto una cultura sui testi di Morrissey. A ognuno i propri maestri.

Non ricordo nessuna lettura paragonabile per folgorazione alla prima volta che ho letto le liriche di un album degli Smiths: tutte queste allusioni a un’adolescenza tormentata, agli istinti di un corpo che non si possono ignorare, ai baci furtivi scambiati sotto un ponte di ferro, ai principi azzurri che fanno salire in macchina i ragazzini per trasformarli in uomini… Erano riferimenti talmente sconvolgenti che mi ero persino convinto di aver tradotto male, che non era possibile che un cantante scrivesse cose così. Invece era possibile, eccome.

Me ne resi conto in seguito, acquistando diligentemente ogni singolo, ogni album, ogni raccolta che gli Smiths facevano uscire, bevendone il contenuto come responsi di una privata ma tutt’altro che enigmatica sibilla. Io non dovevo neanche chiedere, nelle sue canzoni Morrissey mi dava già tutte le risposte. “Nature is a language, can’t you read?”. No, io non sapevo ancora leggere il linguaggio della natura e dei suoi istinti, e lui ne era così diventato il mio personale traduttore.

[Da Generations Of Love, di Matteo B. Bianchi]