WORDS BY MORRISSEY

Durante i primi anni ’80 un ragazzo scozzese di nome Robert Mackie era l’amico di penna di Morrissey. Alla fine degli anni ’80 Robert fotocopiò le lettere di Steven in un libretto intitolato “Le parole di Morrissey” e lo rese disponibile a chiunque ne facesse richiesta, al costo delle sole fotocopie.

Dear Paganini,
I’d thank you for your letter, but why should I? You didn’t thank me for mine. And please don’t call me “Steve”; it reminds me of the Bionic man, to whom I bear little resemblance. It’s almost worse than being called “Stephen” which reminds me of someone with a snotty nose. So, please call me “Steven”. Am I being unreasonable? Actually, I hate the name Steven, but I won’t go into THAT. Rob is a strange name. Is it short for Rabid?
I was astounded to see the word “paroxysm” in your epistle – it must have taken you ages to find THAT ONE, Sonny. You may not believe that I’ve seen Scarey Bowie 14 times, but really, that’s YOUR problem. However, the fact remains that I have (and, as the great Dr. Phyliss Chessler M.D. once said, “facts speak louder than statistics”.) I saw Him first on September 3, 1972, and last on May 3, 1976. Why is it so impossible? And you say you’ve never seen him – shame!
I was born in Odessa, Texas. I repeat, why is it so impossible? You have a lot to unlearn, sonny. Are you really 18? My, my, how fascinating. You sound like such a fascinating person. No, I’m not a ‘shop dummy’ (such wit!), I don’t work, except on my genius. I suppose you work in a factory? Your type usually do. Your list of Bowie platters was riveting. I have more or less the same ones. Isn’t life strange?
Do you really like Kate Bush? I’m not surprised. The nicest thing I could say about her is that she’s unbearable. That voice! Such trash! You’ll learn, Sonny. Have you noticed I’ve called you ‘Sonny’ three time? Does it annoy you at all? Please answer. You ask, in your usual mesmerizing manner ‘Why do we slag each other?’. Well, you’re such an easy touch! No, seriously (who’s joking?), YOU encourage it. I’m usually such a pleasant, undemanding soul really. Are you married? Such a silly question!!! Do you live with mom & pops? Do you have any other cheery young ‘n trendies like YOU at home? Tell all.
You say you listen to “some electronics”. Does that mean Miss Numan? If so, it was nice knowing you…
Besides Bowie, I dribble over the New York Dolls, Jobriath, Nico, and Magazine. Have you heard these people?
Did you get many replies to your fab ad? Anyone as fascinating as me? Don’t answer that.
Did you see vintage Bowie on the OGWT 70’s review? Almost funny if the rest of the programme wasn’t such an obvious self-gratification slot for Mother Harris. Nice to see Alice Cooper, and weren’t Roxy Music just Fab City?
So, which is your most treasured Bowie waxing? Or is it possible to say? See, a whole 1/4 page without an insult! “Ah’s losin’ mah touch” as the late great Tallulah Bankhead once said. “Is all life sad?” as the late great Jayne Mansfield said. “Bye, bye, poncho!” I said that.
I’m glad you enjoyed me in Rebel Without A Cause.

Love & trash,
Natalie Wood

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Caro Paganini,
Ti ringrazierei per la tua lettera, ma perché dovrei? Tu non mi hai ringraziato per la mia. E per favore non chiamarmi “Steve”; mi fa pensare all’uomo Bionico, cui assomiglio ben poco. E’ quasi peggio di essere chiamato “Stephen”, che mi ricorda qualcuno con la puzza sotto il naso. Così, per favore, chiamami “Steven”. Mi trovi irragionevole? In effetti detesto il nome Steven, ma non mi dilungherò sul motivo. Rob è un nome strano. E’ il diminutivo di Rabbioso?
Mi ha riempito di stupore vedere la parola “parossismo” nella tua epistola – ci devi aver messo secoli per trovarla, Figliolo. Puoi anche non credere che ho visto Scarey Bowie 14 volte ma, davvero, è un tuo problema. Comunque, il fatto è che l’ho visto realmente (e, come disse una volta il grande dottor Phyliss Chessler M.D., “i fatti parlano più forte della statistica”). L’ho visto la prima volta il 3 Settembre 1972, e l’ultima il 3 Maggio 1976. Perché ti sembra così impossibile? E tu dici di non averlo mai visto – vergogna!
Io sono nato a Odessa, in Texas. Ripeto, perché è così impossibile? Hai molto da disimparare, Figliolo. Hai davvero 18 anni? Mio Dio, che affascinante. Sembri proprio una persona affascinante. No, non faccio il manichino in un negozio (spiritoso!), non lavoro, tranne che sul mio genio. Immagino che tu lavori in fabbrica? I tipi come te di solito lo fanno. La lista dei tuoi dischi di Bowie è interessante. Ho più o meno gli stessi. Non è strana la vita?
Davvero ti piace Kate Bush? Non mi sorprende. La cosa più carina che posso dire di lei è che è intollerabile. Quella voce! Che obbrobrio! Imparerai, Figliolo. Hai notato che ti ho chiamato “Figliolo” per tre volte? Ti infastidisce? Per favore rispondi. Mi chiedi, nella tua solita incantevole maniera, “Perché ci sfottiamo a vicenda?”. Ecco, tu sei un bersaglio così facile da sfottere! No, sul serio (e chi scherza?), tu mi incoraggi a farlo. Sono generalmente un’anima piacevole e davvero poco esigente. Sei sposato? Che domanda sciocca!!! Vivi con mamma e papà? C’è qualche altro giovincello euforico e di tendenza come te a casa? Dimmi tutto.
Dici che ascolti “un po’ di elettronica”. Intendi la signorina Numan? Se è così, è stato un piacere conoscerti…
Oltre a Bowie mi piacciono le New York Dolls, Jobriath, Nico e i Magazine. Hai mai sentito di queste persone?
Hai ricevuto molte risposte al tuo annuncio favoloso? Qualcuno affascinante come me? Non rispondere.
Hai visto quel vecchio filmato di Bowie all’Old Grey Whistle Test? Quasi divertente se il resto del programma non fosse stato un tale auto-compiacimento per Mother Harris. Bello vedere Alice Cooper, e non erano forse meravigliosi i Roxy Music?
Allora, qual è il cimelio di Bowie più prezioso che hai? O non lo puoi dire? Guarda, un quarto di pagina senza nemmeno un insulto! “Sto perdendo lo smalto”, come disse una volta il grande Tallulah Bankhead. “Non è triste la vita?”, come disse una volta la grande Jane Mansfield. “Ciao ciao, poncho!”. Questo l’ho detto io.
Sono felice ti sia piaciuta la mia interpretazione in Gioventù Bruciata.

Amore e spazzatura,
Natalie Wood

WORDS BY MORRISSEY

Durante i primi anni ’80 un ragazzo scozzese di nome Robert Mackie era l’amico di penna di Morrissey. Alla fine degli anni ’80 Robert fotocopiò le lettere di Steven in un libretto intitolato “Le parole di Morrissey” e lo rese disponibile a chiunque ne facesse richiesta, al costo delle sole fotocopie.

Dear person,
So nice to know there’s another soul out there, even if it is in Glasgow. Does being Scottish bother you? Manchester is a lovely place, if you happen to be a bedridden deaf mute. I’m unhappy, hope you’re unhappy too.

In poverty,
Steven


Cara persona,
è bello sapere che c’è un’altra anima là fuori, anche se si trova a Glasgow. Ti scoccia essere scozzese? Manchester è un posto molto piacevole, se sei sordo, muto e costretto in un letto. Io sono infelice, spero lo sia anche tu.

In povertà,
Steven

LA PRIMA INTERVISTA AGLI SMITHS

Gli Smiths fanno musica molto tradizionale – musica dance con una potente linea di basso e particolare enfasi sui vocalizzi penetranti. Le loro influenze sono individualmente differenti, ma il sound finale è sempre molto caratteristico. Il loro obiettivo è quello di rimanere una formazione a quattro e non diventare un’altra immagine senza volto.

Ma perché questo ritorno al sound delle origini?

J (Johnny Marr) “Tutti cercano così intensamente di essere innovativi e originali, ma io penso che dopo Brian Eno e David Byrne non lo si possa essere di più. Loro sapevano come farlo. La musica oggi è tornata alla metà degli anni ’70; le persone hanno bisogno di ricominciare a pensare, ed è ora che un gruppo come il nostro prenda in mano le redini della situazione.”
D (Dale – l’originario bassista) “Noi siamo gli unici a farlo, non facciamo parte di nessuna tendenza. Non volevamo avere un sound originale, ci è solo venuto fuori così. Abbiamo molte influenze differenti, ma anche tanto in comune. Non siamo certo una tipica band di Manchester.”

Quanto è stato difficile per voi avere base a Manchester?

J “Non è più difficile a Manchester che a Londra. Anzi, penso che questo sia il posto giusto per noi. Non diventi parte di un’inclinazione transitoria.”
D “Sì. Se hai una buona idea, questo è il momento giusto per realizzarla. La musica in giro è così vacua e ci sono così tanti vuoti.”
J “E’ come la moda. Ora tutti gli ex-ribelli frequentano le discoteche, ed è per questo che noi ce ne teniamo alla larga. Non è necessario trasferirsi a Londra, ma per me la cosa più fastidiosa è l’intera “Joy Division faccenda”. E’ molto di moda essere una band di Manchester. La musica qui fa abbastanza schifo. Ha preso una direzione ma è quella sbagliata. Le band devono essere più positive e smetterla di auto-limitarsi.”

Cosa pensate dell’uso della tecnologia moderna nella musica?

D “Penso si stia esagerando. C’è gente che riesce a cantare solo attraverso un computer. Ecco perché la musica è in questo stato.”
J “Io non credo che la tecnologia abbia tutto questo effetto sulla scena musicale. Voglio dire, se le persone vogliono diventare una band tecnica, beh, sono affari loro. Tutto dipende da cosa vuoi fare, ma quelle cose non potranno mai sostituire la vera musica. Non danno né profondità né realismo.

Perché vi chiamate “The Smiths”?

S (Steven Morrissey) “Il nome non significa nulla, serve solo al suo scopo. Penso sia molto importante non essere classificabili in nessuna categoria. Una volta che ti hanno etichettato, i tuoi orizzonti si limitano e questa è una cosa che mi spaventa molto.”

Quanto sono importanti per voi i vestiti?

S “Non hanno più l’importanza che possedevano un tempo. Negli anni ’60 potevi guardare una persona e capire la sua personalità. Ora non è più così. I vestiti non sono più lo specchio dell’anima.”
J “La gente prende la moda troppo sul serio. Se noi dicessimo: “Bene, vogliamo avere questa immagine”, ci sarebbero sicuramente delle persone cui non piaceremmo. Abbiamo intenzione di essere onesti su questo argomento e, se le persone non ci amano, è perché siamo gli Smiths e non perché ci vestiamo in un certo modo. Non siamo ostinati; i gruppi delimitano il loro pubblico di molto affidandosi ad un’immagine.”

Ok, quindi lo stile è importante?

S “Lo stile non ha niente a che fare con i vestiti. Non puoi imparare ad avere stile, o ce l’hai o non ce l’hai. Puoi diventare qualcuno alla moda, puoi uscire e comprarti un bel vestito ma, se non lo sai indossare, non hai raggiunto nulla.”
J “Lo stile è più che altro un atteggiamento, ed esserne consapevoli è importante. Bisogna pensare in grande.”

Quali sono le cose in cui credete?

J “La musica e la moda sono diventate molto vacue. Non significano più nulla. La gioventù non ha più nessun movimento; ognuno salta semplicemente sul vagone dell’altro*. Vorrei che tutto questo cambiasse.”
* Probabile riferimento alla canzone dei Cure “Jumping Someone Else’s Train”, dall’album “Boys don’t cry” del 1980 (ndS).

Cosa significa per voi la parola anima?

D “E’ il centro, è un sentimento. L’anima è il luogo dove tutto nasce.”
J “E’ laddove le emozioni incontrano le convinzioni e vengono prese le decisioni importanti.”
S “Qualcosa che la gente ha particolarmente paura a mostrare. Non so perché; forse hanno paura dell’intimità – è una cosa così privata.”

Quanto è importante la musica nella società?

S “E’ probabilmente ciò che influenza di più la tua vita. Ogni persona ha un disco o una canzone preferita. E’ il modo più semplice per influenzare e cambiare la vita delle persone. E’ di sicuro più importante della politica.”
J “E ha molta influenza anche sulle persone non coinvolte direttamente, come le massaie. Possono vedere un punk al supermercato e rimanerne indifferenti, mentre cinque anni fa sarebbero uscite di testa. La musica influenza la vita sociale, e le band possono influenzare le persone di quella società attraverso quello che dicono.”

Siete mai tentati da questo potere?

S “Ovviamente lo siamo, è un potere molto forte, come quello che avevano i film. Cambiare la vita delle persone è una tentazione molto forte. Questo è un potere reale perché la vita delle persone è così isolata nell’era moderna. Il miglior potere che puoi avere è quello di far riflettere la gente sulla sua vita, e convincerla a smettere di essere così compiacente su tutto.”
D “Sì, è troppo facile prendersela con gruppi come gli Exploited, ma almeno loro fanno quello che vogliono e non se ne stanno a casa a guardare la TV.”
J “Mi spiace per i babbei a cui piace quella roba. Molti ragazzi indossano giacche con la scritta “Exploited”, e magari non sanno neanche cosa voglia dire.”

[i-D, febbraio 1983]

UN ALIENO A LOS ANGELES

Negli anni ’80, con i suoi Smiths, faceva sentire speciali i cuori solitari e un po’ sfigati. Adesso l’inglesissimo Morrissey vive in California e non rimpiange l’Europa…

Che cosa c’entri Morrissey con la caotica, salutista, glamourousissima Los Angeles è presto detto: ci abita. E mica da un mese, da sette anni esatti. Morrissey: con quel suo nome un po’ warholiano se ne uscì da Manchester poco prima della metà anni ’80 alla testa di una band chiamata The Smiths. Furono lo specchio nel quale una generazione, o forse due, di cuori solitari si rimirò, trovandosi bellissima e un po’ speciale. Durante i concerti Morrissey distribuiva gladioli e sguardi languidi, nelle interviste citava Kurt Vonnegut e D.H. Lawrence, ma soprattutto cantava cose nelle quali qualunque adolescente, non particolarmente a proprio agio con il ribollimento ormonale, poteva trovare sollievo. Suo il copyright di alcune tra le più sfigate e indimenticabili frasi d’amore mai apparse nei testi pop. Un esempio: “Se un autobus a due piani dovesse venirci addosso / morire accanto a te sarebbe un modo così paradisiaco di morire” (There Is A Light That Never Goes Out, 1986).
Poi il gioco finì, e nel modo peggiore: in un tribunale per pidocchiose questioni di royalty. Gli Smiths non si parlano più da anni. Uno suona la chitarra come ospite di lusso dentro occasionali progetti discografici. Altri due scrivono prefazioni a biografie non autorizzate e girano il mondo come dj rock. E poi c’è Morrissey. Che abita a Los Angeles. Anzi, a Hollywood.
“Hollywood è il posto più ‘centrale’ che puoi pensare in una città senza centro come Los Angeles”, dice Morrissey. Siamo nel parcheggio di un piccolo teatro di posa in mezzo alla sterminata suburbia autostradale a nord-est di Santa Monica. Splende il sole di fine pomeriggio, e a Morrissey hanno appena tolto due mollette dal fondo dei calzoni: si intuisce che dovevano sollevare il fondo dei pantaloni quel tanto da lasciare intravedere delle ottime scarpe italiane durante l’ultima session fotografica. Fa un po’ sorridere, perché, anche se sono passati 18 anni, questo è il signore che cantava quella storia dell’autobus a due piani che ci viene contro, e uno non ci pensa che poi, alla fine, sia anche questione di mollette che tengono su i pantaloni, come nell’ultima delle pubblicità.
In ogni caso: è alto, più di come te lo ricordavi, e decisamente in forma. Quel po’ di grigio sulle tempie dimostra che sarà pure qui da sei anni, ma l’ossessione californiana per nascondere i segni del tempo non sembra averlo contagiato. Sono un bel po’, a quanto pare, le cose di qui che non sembrano averlo contagiato. Ad esempio: dieci minuti dopo, nel salottino in vinile giallo del teatro di posa, prima ancora di riuscire a chiedergli conto di questo nuovo disco intitolato You Are The Quarry, Morrissey è lì che ti spiega perché sei anni non sono bastati a fargli amare il lato glamour di Los Angeles: “Per certi versi mi fa paura, nel senso di spavento: è un mondo inquietante per il suo porre l’enfasi solo e unicamente sulle chiacchiere che riguardano il tuo agente e le ultime tecniche della chirurgia estetica”.
Bè, il minimo di uno che citava Kurt Vonnegut e D.H. Lawrence, no? Viene ovviamente da chiedersi cosa accidenti lo abbia spinto a scegliere proprio Los Angeles (che lui chiama ostentamente ‘Los Angeles’, anche quando la dizione universalmente accettata in città è ‘Ellei’) tra tutti i posti del mondo. Ok, era stufo dell’Inghilterra, dove la sua stella era da tempo appannata e dove quelle serpi della stampa musicale lo accusavano periodicamente di razzismo, criptonazismo, massoneria e altre belle cose del genere. Va bene tutto: ma Ellei? Neanche avesse voluto appositamente scegliere il posto al mondo più visceralmente diverso da Londra e Manchester. Morrissey ci pensa su un attimo (sì, dai, fammi credere che non ti hanno mai fatto questa domanda o che non ci ha mai pensato per i fatti tuoi). “Non necessariamente”, esordisce scandendo puntigliosamente ogni singola sillaba, come è nel suo stile, “parte della mia famiglia risiede qui in America. Nel New Jersey, nel Colorado. Negli anni ’70 ho vissuto per un periodo a Staten Island e sono venuto in visita a Los Angeles molte volte. Sapevo esattamente cosa aspettarmi, ma non è stato comunque facile abituarmi. Tutti a Los Angeles sono ossessionati da concetti come ‘giusto’ o ‘sbagliato’. La polizia ha un potere assoluto, e la gente è assolutamente terrorizzata. Possono puntarti addosso un’arma o sbatterti dentro senza spiegazioni, possono perfino spararti. Dopo, in caso, ti spiegheranno qual è il problema. A me è successo, un anno fa esatto. All’aeroporto. C’era una questione con il passaporto: mi hanno preso e chiuso in uno stanzino per 12 ore, senza una parola. Poi, quando hanno fatto i loro controlli e si sono convinti che non ero una minaccia, mi hanno lasciato andare. Ma senza nemmeno chiedermi scusa: perché, dicevano, era in nome della sicurezza nazionale”.
Gli si chiede conto di un pettegolezzo: quella secondo cui abiterebbe nella casa accanto a Johnny Depp. “Vero, ma non preciso”, dice, “actually, è Johnny ad abitare nella casa accanto alla mia”. Guida una macchina? Risposta affermativa (non dice quale, però). Anche perché a vivere a Ellei senza un’auto c’è da sentirsi sfigati come una canzone degli Smiths: “La gente ti ride in faccia se non hai una macchina, se giri a piedi. Purtroppo con il fatto che per spostarsi da un punto all’altro tutti quanti prendono la macchina, viene a mancare totalmente quell’insieme di rapporti umani casuali che intrecci quando cammini per strada o prendi la metropolitana. Credo che alla lunga questo porti la gente a Los Angeles ad avere un’idea falsata del mondo, delle altre persone. Quando la gente esce è per andare in un luogo preciso, seguendo un percorso preciso in base all’ora e al traffico. Non hai la percezione di vivere in una classica grande città americana, ma in una agglomerato di piccole città diverse le cui periferie si sfiorano l’un l’altra lungo le grandi strade di collegamento… A Londra hai molto più l’idea di metropoli che non a Los Angeles”.
Ma ti riconoscono per strada qui? “Sì, più che in Inghilterra. Ma la vera differenza è che qui, se hai successo, ti rispettano. In Inghilterra quando hai successo cercano subito di trovare una ragione per cui sei indegno del successo che hai, come fosse una colpa”.
Con il successo, Morrissey intrattiene del resto da sempre un rapporto complesso. Icona di culto ai tempi dell’autobus a due piani che doveva stenderci tutti (con tanto di passaggio tv sanremese che scandalizzò non poco i fan italiani dell’epoca. Era il 1987, Ask la canzone, e di quell’esperienza Morrissey ricorda oggi che “ci spintonarono per farci salire sul palco, ci spintonarono per farci uscire dal palco. Ci trattarono in una maniera ingiustificatamente sgarbata. Fu in assoluto l’ultima apparizione degli Smiths, e per un lungo periodo non ne volli più sapere dell’Italia”), dopo la fine degli Smiths, Morrissey ha inanellato una serie di mediamente dignitosi album solisti, di cui però sembrava importasse solo ai vecchi fan. L’ultimo è del 1997, da allora il silenzio. Fino a quella strana forma di revival spontaneo rilevata negli ultimi due anni, prima alla spicciolata poi in maniera sempre più massiccia. Il due lesbo-pop Ta.Tu. che rifà How Soon Is Now?; Please, Please, Please, Let Me Get What I Want che sbuca a tradimento nello spot di una birra; la generazione “emo” del post-punk che riconosce gli Smiths i propri padri putativi e persino un gruppettino dark-glam niente male, da Seattle, che si chiama Pretty Girls Make Graves, in omaggio a una loro vecchia canzone. Siamo al gennaio 2004: i biglietti per il concerto “del ritorno” alla Manchester Arena il 22 maggio vanno esauriti in sei ore nette, non appena si aprono i botteghini in internet (curiosa notizia per appassionati: in omaggio ai vecchi fan e al vecchio inno vegetariano Meat Is Murder, Morrissey ha chiesto e ottenuto che per quel giorno vengano allontanati dall’Arena i venditori di hamburger e hot dog). Poi l’offerta da parte delle autorità londinesi della direzione artistica del multimediale Meltdown Festival, il prossimo giugno alla Royal Festival Hall, incarico che Morrissey ha accolto con entusiasmo e puntiglio. E in tutto ciò ecco anche il nuovo disco, You Are The Quarry. Che se non sapessimo per certo che dietro c’è Morrissey potrebbe sembrare l’opera di un gruppo-tributo particolarmente calligrafico. Appena un po’ di modernità nella veste, che è – alla lontana – perfino garbatamente elettronica. Ma è una sfumatura. L’ossatura è rock, pennate di chitarra: potrebbe piacere persino al pubblico teenager del neo-punk californiano e di Mtv. E basta poco a riconoscerci tutta la smithsianità, tutta la morrisseyanità, condensate in una serie di canzoni che fanno quasi paura da quanto sono inconfondibilmente “alla Smiths”. In omaggio ai vecchi tempi proviamo ad esempio a leggere i testi: non c’è il famoso autobus a due piani, ma poco ci manca: “Lunedì, umiliazione / martedì, soffocamento / mercoledì, superiorità / giovedì è patetico / e per venerdì la vita mi ha ucciso” (I Have Forgiven Jeus); “Ha detto che mi amava / il che vuol dire che è pazza” (How Can Anybody Possibly Know How I feel?); “La donna dei miei sogni / non è mai arrivata” (I’m Not Sorry).
Chiederne conto al diretto interessato però non è l’operazione più semplice del mondo. Lui dice: “Vuoi parlare del passato? Ma il tempo scorre, non è più il 1987, è il 2004, il mondo è cambiato”. Ok, non per insistere, ma nemmeno si può fare finta che queste canzoni non siano così intimamente simili a quelle che scriveva 20 anni fa: stessi temi, stesse situazioni, stessi personaggi. Niente da fare. “Non c’è nulla che leghi queste nuove canzoni alle vecchie: il mondo è diverso, io sono diverso. Sono più rilassato, sono più – posso dirlo? – felice! L’unica cosa che le accomuna…”. Sì? “…è la consapevolezza che anche se io sono più rilassato e più felice il mondo non è diventato un posto più rilassato o più felice”.
Oh, beata consapevolezza. Dunque, teorizza Morrissey, ciò che vale la pena raccontare sono ancora “i traumi e le imperfezioni nella vita attorno a te e nelle persone”. Come ai vecchi tempi. Come ora e sempre. E questo tornare a essere il preferito di così tanta gente? A far fuori i biglietti di un palasport in meno di sei ore, non sono solo i “vecchi” fan, evidentemente: “Non è meraviglioso? E’ piacevole constatarlo, ma è sgradevole leggerlo sui giornali perché sembra suggerire che tra allora e adesso io non abbia fatto nulla di interessante, che non è vero”.
Tutti i lampioni di Santa Monica si accendono all’unisono mentre il sole finisce di tramontare e Morrissey prende fiato per quella che evidentemente sarà l’ultima parola, quella definitiva. “Io non me ne sono mai andato: è il resto del mondo che si è distratto”. Ah, infatti. Era sembrato così anche a noi.

[Rolling Stone, 2004]