UN ALIENO A LOS ANGELES

Negli anni ’80, con i suoi Smiths, faceva sentire speciali i cuori solitari e un po’ sfigati. Adesso l’inglesissimo Morrissey vive in California e non rimpiange l’Europa…

Che cosa c’entri Morrissey con la caotica, salutista, glamourousissima Los Angeles è presto detto: ci abita. E mica da un mese, da sette anni esatti. Morrissey: con quel suo nome un po’ warholiano se ne uscì da Manchester poco prima della metà anni ’80 alla testa di una band chiamata The Smiths. Furono lo specchio nel quale una generazione, o forse due, di cuori solitari si rimirò, trovandosi bellissima e un po’ speciale. Durante i concerti Morrissey distribuiva gladioli e sguardi languidi, nelle interviste citava Kurt Vonnegut e D.H. Lawrence, ma soprattutto cantava cose nelle quali qualunque adolescente, non particolarmente a proprio agio con il ribollimento ormonale, poteva trovare sollievo. Suo il copyright di alcune tra le più sfigate e indimenticabili frasi d’amore mai apparse nei testi pop. Un esempio: “Se un autobus a due piani dovesse venirci addosso / morire accanto a te sarebbe un modo così paradisiaco di morire” (There Is A Light That Never Goes Out, 1986).
Poi il gioco finì, e nel modo peggiore: in un tribunale per pidocchiose questioni di royalty. Gli Smiths non si parlano più da anni. Uno suona la chitarra come ospite di lusso dentro occasionali progetti discografici. Altri due scrivono prefazioni a biografie non autorizzate e girano il mondo come dj rock. E poi c’è Morrissey. Che abita a Los Angeles. Anzi, a Hollywood.
“Hollywood è il posto più ‘centrale’ che puoi pensare in una città senza centro come Los Angeles”, dice Morrissey. Siamo nel parcheggio di un piccolo teatro di posa in mezzo alla sterminata suburbia autostradale a nord-est di Santa Monica. Splende il sole di fine pomeriggio, e a Morrissey hanno appena tolto due mollette dal fondo dei calzoni: si intuisce che dovevano sollevare il fondo dei pantaloni quel tanto da lasciare intravedere delle ottime scarpe italiane durante l’ultima session fotografica. Fa un po’ sorridere, perché, anche se sono passati 18 anni, questo è il signore che cantava quella storia dell’autobus a due piani che ci viene contro, e uno non ci pensa che poi, alla fine, sia anche questione di mollette che tengono su i pantaloni, come nell’ultima delle pubblicità.
In ogni caso: è alto, più di come te lo ricordavi, e decisamente in forma. Quel po’ di grigio sulle tempie dimostra che sarà pure qui da sei anni, ma l’ossessione californiana per nascondere i segni del tempo non sembra averlo contagiato. Sono un bel po’, a quanto pare, le cose di qui che non sembrano averlo contagiato. Ad esempio: dieci minuti dopo, nel salottino in vinile giallo del teatro di posa, prima ancora di riuscire a chiedergli conto di questo nuovo disco intitolato You Are The Quarry, Morrissey è lì che ti spiega perché sei anni non sono bastati a fargli amare il lato glamour di Los Angeles: “Per certi versi mi fa paura, nel senso di spavento: è un mondo inquietante per il suo porre l’enfasi solo e unicamente sulle chiacchiere che riguardano il tuo agente e le ultime tecniche della chirurgia estetica”.
Bè, il minimo di uno che citava Kurt Vonnegut e D.H. Lawrence, no? Viene ovviamente da chiedersi cosa accidenti lo abbia spinto a scegliere proprio Los Angeles (che lui chiama ostentamente ‘Los Angeles’, anche quando la dizione universalmente accettata in città è ‘Ellei’) tra tutti i posti del mondo. Ok, era stufo dell’Inghilterra, dove la sua stella era da tempo appannata e dove quelle serpi della stampa musicale lo accusavano periodicamente di razzismo, criptonazismo, massoneria e altre belle cose del genere. Va bene tutto: ma Ellei? Neanche avesse voluto appositamente scegliere il posto al mondo più visceralmente diverso da Londra e Manchester. Morrissey ci pensa su un attimo (sì, dai, fammi credere che non ti hanno mai fatto questa domanda o che non ci ha mai pensato per i fatti tuoi). “Non necessariamente”, esordisce scandendo puntigliosamente ogni singola sillaba, come è nel suo stile, “parte della mia famiglia risiede qui in America. Nel New Jersey, nel Colorado. Negli anni ’70 ho vissuto per un periodo a Staten Island e sono venuto in visita a Los Angeles molte volte. Sapevo esattamente cosa aspettarmi, ma non è stato comunque facile abituarmi. Tutti a Los Angeles sono ossessionati da concetti come ‘giusto’ o ‘sbagliato’. La polizia ha un potere assoluto, e la gente è assolutamente terrorizzata. Possono puntarti addosso un’arma o sbatterti dentro senza spiegazioni, possono perfino spararti. Dopo, in caso, ti spiegheranno qual è il problema. A me è successo, un anno fa esatto. All’aeroporto. C’era una questione con il passaporto: mi hanno preso e chiuso in uno stanzino per 12 ore, senza una parola. Poi, quando hanno fatto i loro controlli e si sono convinti che non ero una minaccia, mi hanno lasciato andare. Ma senza nemmeno chiedermi scusa: perché, dicevano, era in nome della sicurezza nazionale”.
Gli si chiede conto di un pettegolezzo: quella secondo cui abiterebbe nella casa accanto a Johnny Depp. “Vero, ma non preciso”, dice, “actually, è Johnny ad abitare nella casa accanto alla mia”. Guida una macchina? Risposta affermativa (non dice quale, però). Anche perché a vivere a Ellei senza un’auto c’è da sentirsi sfigati come una canzone degli Smiths: “La gente ti ride in faccia se non hai una macchina, se giri a piedi. Purtroppo con il fatto che per spostarsi da un punto all’altro tutti quanti prendono la macchina, viene a mancare totalmente quell’insieme di rapporti umani casuali che intrecci quando cammini per strada o prendi la metropolitana. Credo che alla lunga questo porti la gente a Los Angeles ad avere un’idea falsata del mondo, delle altre persone. Quando la gente esce è per andare in un luogo preciso, seguendo un percorso preciso in base all’ora e al traffico. Non hai la percezione di vivere in una classica grande città americana, ma in una agglomerato di piccole città diverse le cui periferie si sfiorano l’un l’altra lungo le grandi strade di collegamento… A Londra hai molto più l’idea di metropoli che non a Los Angeles”.
Ma ti riconoscono per strada qui? “Sì, più che in Inghilterra. Ma la vera differenza è che qui, se hai successo, ti rispettano. In Inghilterra quando hai successo cercano subito di trovare una ragione per cui sei indegno del successo che hai, come fosse una colpa”.
Con il successo, Morrissey intrattiene del resto da sempre un rapporto complesso. Icona di culto ai tempi dell’autobus a due piani che doveva stenderci tutti (con tanto di passaggio tv sanremese che scandalizzò non poco i fan italiani dell’epoca. Era il 1987, Ask la canzone, e di quell’esperienza Morrissey ricorda oggi che “ci spintonarono per farci salire sul palco, ci spintonarono per farci uscire dal palco. Ci trattarono in una maniera ingiustificatamente sgarbata. Fu in assoluto l’ultima apparizione degli Smiths, e per un lungo periodo non ne volli più sapere dell’Italia”), dopo la fine degli Smiths, Morrissey ha inanellato una serie di mediamente dignitosi album solisti, di cui però sembrava importasse solo ai vecchi fan. L’ultimo è del 1997, da allora il silenzio. Fino a quella strana forma di revival spontaneo rilevata negli ultimi due anni, prima alla spicciolata poi in maniera sempre più massiccia. Il due lesbo-pop Ta.Tu. che rifà How Soon Is Now?; Please, Please, Please, Let Me Get What I Want che sbuca a tradimento nello spot di una birra; la generazione “emo” del post-punk che riconosce gli Smiths i propri padri putativi e persino un gruppettino dark-glam niente male, da Seattle, che si chiama Pretty Girls Make Graves, in omaggio a una loro vecchia canzone. Siamo al gennaio 2004: i biglietti per il concerto “del ritorno” alla Manchester Arena il 22 maggio vanno esauriti in sei ore nette, non appena si aprono i botteghini in internet (curiosa notizia per appassionati: in omaggio ai vecchi fan e al vecchio inno vegetariano Meat Is Murder, Morrissey ha chiesto e ottenuto che per quel giorno vengano allontanati dall’Arena i venditori di hamburger e hot dog). Poi l’offerta da parte delle autorità londinesi della direzione artistica del multimediale Meltdown Festival, il prossimo giugno alla Royal Festival Hall, incarico che Morrissey ha accolto con entusiasmo e puntiglio. E in tutto ciò ecco anche il nuovo disco, You Are The Quarry. Che se non sapessimo per certo che dietro c’è Morrissey potrebbe sembrare l’opera di un gruppo-tributo particolarmente calligrafico. Appena un po’ di modernità nella veste, che è – alla lontana – perfino garbatamente elettronica. Ma è una sfumatura. L’ossatura è rock, pennate di chitarra: potrebbe piacere persino al pubblico teenager del neo-punk californiano e di Mtv. E basta poco a riconoscerci tutta la smithsianità, tutta la morrisseyanità, condensate in una serie di canzoni che fanno quasi paura da quanto sono inconfondibilmente “alla Smiths”. In omaggio ai vecchi tempi proviamo ad esempio a leggere i testi: non c’è il famoso autobus a due piani, ma poco ci manca: “Lunedì, umiliazione / martedì, soffocamento / mercoledì, superiorità / giovedì è patetico / e per venerdì la vita mi ha ucciso” (I Have Forgiven Jeus); “Ha detto che mi amava / il che vuol dire che è pazza” (How Can Anybody Possibly Know How I feel?); “La donna dei miei sogni / non è mai arrivata” (I’m Not Sorry).
Chiederne conto al diretto interessato però non è l’operazione più semplice del mondo. Lui dice: “Vuoi parlare del passato? Ma il tempo scorre, non è più il 1987, è il 2004, il mondo è cambiato”. Ok, non per insistere, ma nemmeno si può fare finta che queste canzoni non siano così intimamente simili a quelle che scriveva 20 anni fa: stessi temi, stesse situazioni, stessi personaggi. Niente da fare. “Non c’è nulla che leghi queste nuove canzoni alle vecchie: il mondo è diverso, io sono diverso. Sono più rilassato, sono più – posso dirlo? – felice! L’unica cosa che le accomuna…”. Sì? “…è la consapevolezza che anche se io sono più rilassato e più felice il mondo non è diventato un posto più rilassato o più felice”.
Oh, beata consapevolezza. Dunque, teorizza Morrissey, ciò che vale la pena raccontare sono ancora “i traumi e le imperfezioni nella vita attorno a te e nelle persone”. Come ai vecchi tempi. Come ora e sempre. E questo tornare a essere il preferito di così tanta gente? A far fuori i biglietti di un palasport in meno di sei ore, non sono solo i “vecchi” fan, evidentemente: “Non è meraviglioso? E’ piacevole constatarlo, ma è sgradevole leggerlo sui giornali perché sembra suggerire che tra allora e adesso io non abbia fatto nulla di interessante, che non è vero”.
Tutti i lampioni di Santa Monica si accendono all’unisono mentre il sole finisce di tramontare e Morrissey prende fiato per quella che evidentemente sarà l’ultima parola, quella definitiva. “Io non me ne sono mai andato: è il resto del mondo che si è distratto”. Ah, infatti. Era sembrato così anche a noi.

[Rolling Stone, 2004]